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Kaffir, infedele. Ma infedele a cosa, infedele per chi?

Giacomo Gabbro e i suoi colleghi, gli altri militari dell’ISAF impegnati nella lunga e difficile campagna afgana, tutti noi che professiamo fedi diverse da quella islamica siamo Kaffir.

Questo pregiudizio non ha frenato Giacomo che si è subito interessato alla cultura, al popolo e alla lingua afgana.

Non si è comportato da conquistatore o, come dicono alcuni, da “crociato”. Ha rispettato le diversità e ha cercato di capire, aiutare e proteggere il popolo afgano.

Quando è stato costretto a combattere lo ha fatto. Senza se e senza ma. Senza gioire per i colpi messi a segno, senza sete di sangue, senza odio ma con fermezza e, grazie all’addestramento, senza soccombere alla paura.

Con una condotta esemplare Giacomo si guadagnerà la considerazione degli altri membri della sua squadra e dei suoi superiori. Riceverà l’ambito titolo di “Uno di noi”.

Ma chi è, in realtà, il caporale paracadutista Giacomo Gabbro?

Volontario due volte, prima nell’Esercito e poi nella Folgore, ventidue anni, una ragazza contraria all’intervento in Afghanistan che lo lascia nel momento della sua partenza in missione. Un’altra che invece si mette in contatto con lui nello stesso periodo.

Uno normale, con un padre saccente e una madre apprensiva, una sorella ribelle, degli amici con cui andare al bar e parlare per ore di niente.

Uno che ha una vecchia Honda che si arrugginisce in un garage, che comincia a imparare semplici parole e frasette inutili da un vocabolario afgano tascabile.

Uno che non si tira indietro ma che conosce, e vince, la sua naturale paura durante gli scontri a fuoco. Conosce la vampa del sole e il gelo delle notti all’addiaccio, ha il viso abraso dalla sabbia, le mani indurite dal contatto con l’acciaio e il cuore generoso di un normale ragazzo italiano.

Uno dei bravi ragazzi. Non brillante a scuola ma intelligente, non spavaldo ma deciso, un ragazzo con una morale, degli ideali, qualcosa in cui credere.

Uno come tanti.

Uno di quelli messi in ombra dai personaggi squallidi, creati e pompati dall’informazione becera delle televisioni e delle riviste di gossip, gente che diventa un modello orribile per una crescente generazione di aspiranti cubisti, veline, ballerini e finti omosessuali che tentano la fortuna ancheggiando nelle discoteche o nelle platee medianiche gestite da altri personaggi ancora più squallidi di loro.

Messi in ombra ma non eliminati, maggioranza ignorata e snobbata ma ancora, per fortuna, maggioranza.

Ho trovato giusto scrivere dei sentimenti, pensieri e azioni di questa gente normale che è chiamata a sostenere un carico eccezionale.

Lo scudo che la Nazione italiana oppone alla barbarie, al terrorismo, all’intolleranza.

So che sarebbe stato più ben accetto e remunerativo parlare di loro come se fossero dei fanatici robot dedicati alla morte e distruzione, magari scovare tra di loro intrighi camorristici oppure farne degli sfruttati mandati a difendere interessi oscuri massacrando popolazioni inermi e altrimenti ospitali.

Ho preferito invece parlare di Valori, sarà fuori moda ma io, delle mode, scusatemi tanto, me ne frego.

Valori che rivendico come miei in quanto italiano e che sono connaturati alla nostra civiltà, educazione, religione.

Valori che portiamo nel mondo come medaglie da mostrare ai troppi denigratori della nostra amata Patria, a quelli che abbiamo fuori dai nostri confini che a quelli che, piuttosto indegnamente e incoerentemente non solo ci sono dentro ma fanno spesso anche parte delle Istituzioni che ci rappresentano beneficando di prebende e privilegi.

Cosa fa Giacomo in Afghanistan, cosa fanno i nostri militari in quel paese martoriato da guerre, povertà, intolleranza, terrorismo?

Cercano, rispettando la dignità della popolazione, di spezzare il cerchio delle violenze e delle sopraffazioni, di imporre una pace che è il vero preludio della democrazia, di costruire un minimo di infrastrutture che permettano una vita più agevole nei villaggi e contrastano la possibilità che l’Afghanistan torni a essere una sorta di Maracaibo moderna, un porto facile da conquistare e utilizzare per i diabolici strateghi del terrorismo e per i loro seguaci.

Ma al di là della missione specifica volevo emergesse la figura moderna del militare italiano.

Uomini e donne preparatissimi, dotati di un equipaggiamento, finalmente, di prim’ordine e condotti, anche questo, finalmente, in maniera egregia da comandanti decisi nell’azione ma consapevoli della necessità di vincere i “cuori e le menti” della popolazione locale.

Il risultato è un romanzo di guerra con un impianto piuttosto tradizionale. Credo piacerà a molti e a molti altri no. qualcuno ci si riconoscerà e qualcun altro, magari senza leggerlo, lo criticherà.

Ben vengano le polemiche, daranno la possibilità di parlare a chi, per tradizione, compostezza, solidità di carattere, preferisce non farlo e, per questo, è stato definito “maggioranza silenziosa”.



Andrea Marrone: KAFFIR, Quiet Edizioni, pag. 230, €. 16,00 ISBN 9788890529405

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Millionaire Dicembre 2010





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